Il Festival di Sanremo 2026, tenutosi dal 24 al 28 febbraio con la conduzione di Carlo Conti e Laura Pausini, ha prodotto un vincitore netto e un paradosso che si ripete: ottima musica, vincitore convincente, e dati di ascolto in ulteriore calo rispetto all'edizione precedente. Nicolò Filippucci ha vinto con «Laguna» — un brano che ha convinto sia la giuria di esperti sia il televoto — diventando il cantante che in pochi si aspettavano di vedere sul gradino più alto e che quasi tutti, a distanza di pochi giorni, riconoscono come la scelta giusta.

Ma il Festival di Sanremo 2026 ha avuto meno spettatori di quello del 2025, che ne aveva avuti meno di quello del 2024. È una tendenza che persiste indipendentemente dalla qualità artistica dell'edizione, dal conduttore scelto, dalle polemiche che ogni anno accompagnano le cinque serate. E capire perché è più interessante di commentare il singolo risultato.

Filippucci perché ha vinto e perché era la scelta giusta

Nicolò Filippucci arrivava a Sanremo 2026 con un profilo che in un festival normale avrebbe favorito la posizione di outsider: musicista con una storia artistica già formata ma non dominante nelle classifiche mainstream, un suono riconoscibile che non inseguiva le tendenze del momento ma le attraversava con una propria coerenza. È esattamente il tipo di artista che Sanremo, quando funziona, sa valorizzare.

«Laguna» è un brano di pop elettronico maturo, con influenze nordeuropee — si sentono echi della scena scandinava, del synthpop di terza generazione — e testi in italiano con alcune aperture all'inglese che non suonano come concessioni al mercato ma come scelte stilistiche coerenti con la texture sonora del brano. È difficile scrivere di musica senza scivolare nel descrittivo vuoto, ma quello che Filippucci ha fatto con «Laguna» è costruire un brano in cui la produzione e il testo si sostengono a vicenda invece di correre su binari paralleli.

La doppia vittoria — giuria di esperti e televoto — è rara a Sanremo e significativa. Di solito c'è una distanza tra il gusto della critica e il gusto del pubblico generalista, e il sistema di voto sanremese è costruito per bilanciare questi due pesi. Quando convergono sullo stesso artista, è quasi sempre perché quel artista ha qualcosa che va oltre la categoria di «bello per chi se ne intende» o «popolare per tutti»: ha qualcosa che parla a entrambi.

Il calo degli ascolti i dati e cosa significano

La finale di Sanremo 2026 ha raggiunto uno share significativo — i dettagli precisi variano a seconda di come si misura e in quale fascia oraria — ma inferiore a quello della finale 2025. La serata delle cover e duetti, tradizionalmente la più seguita, ha mostrato un andamento simile.

Questo dato va contestualizzato, perché altrimenti rischia di diventare una narrativa di declino che non corrisponde alla realtà. Sanremo rimane, di gran lunga, il programma televisivo con gli ascolti più alti del palinsesto italiano nell'arco dell'anno. Le finali delle ultime edizioni — anche quelle con i cali — raccolgono un pubblico che nessun altro programma nazionale riesce ad avvicinare. «Perde spettatori» non significa «sta fallendo» nel senso che quella frase suggerirebbe in qualsiasi altro contesto.

Ma la tendenza al calo è reale, persistente, e non dipende da fattori contingenti — il conduttore, la scelta degli artisti, la presenza di una polemica particolarmente rumorosa. Dipende da fattori strutturali che riguardano il consumo televisivo nell'era dello streaming.

Perché il pubblico si sta spostando e dove va

La televisione lineare — quella che si guarda in diretta, seguendo il palinsesto prestabilito — è in calo strutturale in tutta Europa. Non solo in Italia. Non solo tra i giovani. Anche tra le fasce d'età più anziane, il consumo televisivo si sta spostando progressivamente verso l'on-demand: si guarda quello che si vuole, quando si vuole, senza aspettare che la rete decida quando mandarlo in onda.

Sanremo è uno dei pochissimi eventi televisivi che ancora riesce a mobilitare un consumo «in diretta» di massa — la gente che accende la televisione il venerdì sera per seguire la serata cover, che commenta sui social in tempo reale, che si sveglia il sabato mattina per sapere chi ha vinto. Questa capacità di creare un momento collettivo sincrono è sempre più rara e sempre più preziosa nel panorama mediale.

Il problema è che quella capacità si sta erodendo, e il processo di erosione non è reversibile con interventi sui contenuti. Non è una questione di musica migliore o peggiore, di conduttori più o meno bravi, di format più o meno innovativo. È una questione di abitudini di consumo mediale che stanno cambiando in modo strutturale, e che nessun festival — per quanto amato e per quanto ben fatto — può contrastare da solo.

Il secondo problema il pubblico giovane che non guarda

C'è una specifica che il dato aggregato degli ascolti nasconde e che è importante esplicitare: la percentuale di giovani (18-34 anni) che segue Sanremo in diretta è significativamente più bassa di quella delle fasce d'età superiori. Non è un dato sorprendente — è la stessa tendenza che si osserva per quasi tutta la televisione lineare — ma per Sanremo ha una rilevanza particolare.

Sanremo è, tra le molte cose che è, un lancio pad per artisti che vogliono raggiungere un pubblico ampio. La sua efficacia come piattaforma di lancio dipende in parte dalla sua capacità di raggiungere il pubblico giovane — che è poi il target principale dell'industria musicale. Se i giovani non guardano Sanremo in diretta ma ne sentono parlare dopo, scoprono i brani sui social e sulle piattaforme streaming, e li ascoltano là — cosa sta succedendo realmente al festival?

Sta succedendo una trasformazione silenziosa: Sanremo da evento televisivo sta diventando sempre di più un evento culturale che usa la televisione come uno dei suoi canali, non come il canale principale. La vera vita di «Laguna» non è nelle cinque serate del Palazzetto — è nelle settimane successive, sui feed di Spotify e Apple Music, sui video di TikTok che usano il brano come sottofondo, nelle playlist che gli algoritmi costruiscono intorno a quel sound.

Cosa dovrebbe fare il festival per adattarsi

La domanda che il management della RAI e della Fondazione Sanremo si pone ogni anno — come fermare il calo degli ascolti — è forse la domanda sbagliata. La domanda giusta potrebbe essere: come il festival può mantenere la propria rilevanza culturale in un ecosistema mediale che non è più centrato sulla televisione lineare?

Ci sono strategie che altri eventi culturali hanno sperimentato con successo: rafforzare il componente dal vivo con eventi collaterali, sviluppare una presenza digitale più strutturata e coerente, pensare alle cinque serate televisive come al punto di partenza di un percorso che continua per settimane invece che come all'evento concluso in se stesso.

Alcune di queste cose Sanremo le fa già. Potrebbe farle meglio, con più intenzione strategica. Ma il punto di arrivo non sarà il recupero degli ascolti del 2012 — quella traiettoria è chiusa. Sarà la definizione di cosa significa essere rilevanti nel 2030 per un festival che ha ragione di esistere e che ha ancora molto da dire alla cultura italiana.