Il 25 maggio 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha incontrato Ted Sarandos, invitando la piattaforma ad aumentare gli investimenti nel Paese e a rafforzare la presenza produttiva sul territorio italiano.

La notizia è stata raccontata soprattutto attraverso il linguaggio abituale della diplomazia economica: attrazione di investimenti, valorizzazione del patrimonio culturale, sostegno all’industria creativa.

Ma questo tipo di lettura rischia di sottovalutare il significato reale dell’incontro.

Perché oggi un confronto tra un governo nazionale e una piattaforma globale di streaming non riguarda il cinema nel senso tradizionale del termine.

Riguarda la localizzazione del capitale.

Riguarda la geografia della produzione culturale.

Riguarda il controllo delle filiere creative ad alto valore aggiunto.

E riguarda una domanda che negli ultimi anni è diventata sempre più centrale per le economie avanzate: in un mercato dominato da piattaforme globali, chi trattiene il valore generato dall’attenzione?

Per decenni il settore audiovisivo è stato considerato un comparto culturale. Oggi è sempre più corretto considerarlo un’infrastruttura economica.

Il tax credit non è un incentivo al cinema. È uno strumento di competizione internazionale

Nel dibattito pubblico il tax credit audiovisivo viene spesso presentato come una forma di sostegno alle produzioni.

In realtà il meccanismo funziona in modo molto più simile alle politiche industriali utilizzate per attrarre manifattura avanzata, centri tecnologici o investimenti esteri.

La logica è semplice.

Una produzione internazionale valuta dove girare non in base al fascino simbolico del Paese ma attraverso una matrice molto concreta: costo operativo, prevedibilità normativa, disponibilità di competenze, qualità delle infrastrutture, velocità autorizzativa e ritorno fiscale.

In questo schema il credito d’imposta diventa un moltiplicatore di attrattività.

L’Italia negli ultimi anni ha costruito uno dei sistemi più competitivi in Europa.

La capacità di rimborsare una quota rilevante delle spese sostenute sul territorio nazionale ha trasformato il Paese in una destinazione credibile per produzioni che fino a pochi anni fa si sarebbero distribuite altrove.

Ma sarebbe un errore interpretare il tax credit come una semplice forma di sconto.

Perché il suo obiettivo non è ridurre il costo di una serie.

Il suo obiettivo è trasferire spesa privata internazionale dentro l’economia nazionale.

Quando una piattaforma decide di girare in Italia non sta pagando soltanto registi e attori.

Sta acquistando trasporti.

Sta occupando hotel.

Sta utilizzando studi.

Sta assumendo tecnici.

Sta alimentando catering, logistica, costruzione scenografica, postproduzione, sicurezza, servizi professionali.

Il prodotto finale è un contenuto.

L’effetto economico è una filiera.

La vera materia prima italiana non è il patrimonio culturale. È la densità produttiva

L’Italia tende spesso a raccontare il proprio vantaggio competitivo attraverso categorie estetiche.

Arte.

Paesaggio.

Storia.

Bellezza.

Sono elementi reali, ma non spiegano da soli perché una piattaforma dovrebbe investire centinaia di milioni in un territorio.

La realtà è meno romantica.

Quello che rende davvero competitivo un ecosistema audiovisivo è la capacità di trasformare un luogo in una macchina produttiva.

Le produzioni internazionali non comprano soltanto scenari.

Comprano affidabilità.

Comprano capacità di esecuzione.

Comprano ecosistemi.

Un centro storico spettacolare perde valore se ottenere permessi richiede settimane.

Un territorio cinematograficamente perfetto diventa meno competitivo se mancano maestranze specializzate.

Una buona fiscalità non basta se gli studi non sono disponibili.

Per questo negli ultimi anni il settore audiovisivo ha iniziato a comportarsi sempre meno come industria culturale e sempre più come industria avanzata.

La concorrenza tra Paesi non si gioca più soltanto sulle aliquote.

Si gioca sulla capacità di consegnare.

Lo streaming ha trasformato il contenuto in infrastruttura geopolitica

C’è un cambiamento più profondo che spesso resta fuori dalla discussione.

Le piattaforme non sono semplicemente distributori di intrattenimento.

Sono sistemi che controllano accesso, visibilità, consumo e allocazione del capitale culturale.

Chi decide dove produrre decide anche dove si concentrano competenze, posti di lavoro e crescita professionale.

Nel Novecento il potere culturale era legato alla distribuzione.

Oggi è legato alla produzione.

Per questo in Europa è iniziata una discussione sempre più intensa sul ruolo delle piattaforme globali.

Per anni il modello è stato semplice: il contenuto veniva prodotto localmente e distribuito globalmente.

Lo streaming ha invertito il flusso.

Oggi la distribuzione è globale per definizione, mentre la produzione può essere localizzata ovunque.

Questo crea una tensione politica nuova.

Le piattaforme raccolgono valore in decine di mercati contemporaneamente, ma gli Stati chiedono che una parte di quel valore venga reinvestita localmente.

Non per protezionismo culturale.

Per sostenibilità economica.

Perché il tema non è quanti film farà Netflix in Italia

C’è una domanda più sofisticata che il dibattito italiano dovrebbe iniziare a porsi.

Che cosa succede quando l’incentivo smette di essere il fattore decisivo?

Se un territorio attrae produzioni soltanto perché restituisce una parte della spesa, allora sta partecipando a una corsa fiscale che qualcuno prima o poi vincerà offrendo condizioni migliori.

Il vero obiettivo non è aumentare il numero delle produzioni.

È costruire un ecosistema che resti competitivo anche senza incentivo straordinario.

Questo significa accumulare competenze.

Far crescere imprese locali.

Sviluppare postproduzione.

Formare tecnici.

Costruire capacità creativa esportabile.

Creare proprietà intellettuale.

Perché il valore più alto nell’economia dello streaming non è girare contenuti.

È possederli.

L’incontro tra Meloni e Sarandos è una conversazione sul posizionamento dell’Italia

Alla fine il punto non è capire se Netflix investirà di più il prossimo anno.

La domanda strategica è un’altra.

L’Italia vuole essere soltanto un set oppure vuole diventare uno dei nodi produttivi europei dell’economia dell’attenzione?

Sono due modelli completamente diversi.

Nel primo si ospitano produzioni.

Nel secondo si costruisce capacità industriale.

Nel primo il valore arriva e poi riparte.

Nel secondo una parte rimane.

E forse è proprio questo il significato reale dell’incontro.

Non convincere una piattaforma a girare qualche scena in più.

Ma negoziare quale ruolo avrà l’Italia in un’industria che non produce soltanto contenuti, ma influenza, occupazione qualificata e una parte crescente della ricchezza culturale europea.