C'è un numero che fotografa lo stato dell'economia italiana meglio di qualsiasi discorso politico: +0,7%. È la crescita del PIL su base annua registrata dall'ISTAT nel primo trimestre del 2026. Nello stesso periodo, la media dell'Eurozona cresceva a un ritmo doppio. La Germania faceva meglio. La Spagna faceva meglio. Perfino la Francia, in piena turbolenza politica, faceva meglio.
L'OCSE ha tagliato le previsioni di crescita per l'Italia al +0,4% per l'intero 2026, posizionando il Paese all'ultimo posto tra le grandi economie del G20. Il governo Meloni aveva stimato uno 0,6% — già un ribasso rispetto agli obiettivi di inizio mandato — e anche quella stima rischia di rivelarsi ottimistica.
Non è una recessione in senso tecnico. Ma quello che si profila è qualcosa di potenzialmente più insidioso: una stagnazione strutturale, in cui la crescita c'è ma è troppo debole per cambiare in modo significativo la vita dei cittadini, il livello del debito, o le prospettive delle imprese.
Cosa c'è dietro il rallentamento
Il costo dell'energia è il fattore più immediato. La guerra in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno spinto il Brent oltre i 110 dollari al barile. L'Italia è tra i Paesi europei più esposti ai rincari energetici perché dipende in larga parte dalle importazioni di gas e petrolio. L'inflazione è risalita al 2,7% ad aprile 2026, trainata dalle componenti energia e trasporti. Il carrello della spesa segna un +2,3%, con il Sud più colpito dei centri settentrionali.
Il FMI ha quantificato l'impatto sulla vita concreta delle famiglie italiane: tra 450 e 2.270 euro in meno all'anno di potere d'acquisto reale, a seconda del profilo di consumo e della fascia di reddito. I nuclei familiari più dipendenti dall'auto, dal riscaldamento a gas e dagli acquisti alimentari di base subiscono il colpo più duro.
La manifattura è in crisi. L'indice di fiducia dei consumatori ISTAT è crollato a 92,6 in marzo 2026, il minimo da ottobre 2023. La produzione industriale ha perso il 3,3% in un anno. Le filiere più colpite sono l'automotive, la meccanica strumentale e il tessile, esposte sia agli aumenti energetici sia alla debolezza della domanda tedesca — il principale mercato di sbocco per le PMI italiane.
La politica commerciale americana continua a generare incertezza. Anche dopo la sospensione parziale dei dazi di Trump sull'Unione Europea, le PMI italiane hanno pagato un costo in termini di pianificazione e margini. Confindustria ha calcolato che più di due imprese su tre faticano a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno, anche per la fuga dei giovani qualificati verso mercati del lavoro più remunerativi.
Il debito che non scende mai
Le proiezioni del governo collocano il debito pubblico al 138,6% del PIL nel 2026, in salita rispetto al 137,1% del 2025. In un contesto di tassi ancora elevati — il rendimento del BTP decennale è prossimo al 4% — il costo del servizio del debito pesa sul bilancio in modo crescente. Lo spread con i Bund tedeschi è tornato ad allargarsi, avvicinandosi agli 80 punti base.
Il deficit 2025 si è chiuso al 3,1% del PIL, sopra la soglia del 3% che il Patto di Stabilità considera accettabile. L'obiettivo dichiarato è uscire dalla procedura di infrazione europea entro il 2027, ma le nuove previsioni macro rendono questo traguardo più difficile senza manovre correttive che, in clima pre-elettorale, nessun governo vuole annunciare.
Il ministro Giorgetti ha dichiarato che "il governo continuerà a sostenere famiglie e imprese", ma anche che si procederà con un tetto del 2% sulla crescita della spesa corrente — la stessa contraddizione che caratterizza ogni legge di bilancio italiana da almeno un decennio: promesse di sostegno e vincoli di spesa che rendono quelle promesse difficili da mantenere.
Redditi: l'Italia va in retromarcia
Il titolo di Economy Magazine del 13 maggio è diretto: "Redditi, l'Italia va in retromarcia: famiglie più povere mentre l'OCSE accelera". La crescita nominale dei salari italiani non sta tenendo il passo dell'inflazione, con il risultato di un potere d'acquisto reale in calo per la seconda metà consecutiva degli ultimi anni.
Le famiglie rispondono in due modi che si sommano aggravando i problemi: riducono i consumi non essenziali — indebolendo la domanda interna già fragile — e quando possono attingono ai risparmi accumulati durante la pandemia. Per le fasce medie, quei risparmi si stanno esaurendo.
L'indice di fiducia del clima futuro è quello che scende di più. Non è tanto la crisi di oggi a spaventare gli italiani: è la percezione che le prospettive di domani siano peggiori delle aspettative di ieri. E quella percezione, quando si consolida, diventa essa stessa un fattore depressivo sull'economia — perché chi si aspetta il peggio smette di spendere, smette di investire, smette di rischiare.
Cosa si può fare
Il governo insiste su tre direttrici: completamento del PNRR (con il 59% degli obiettivi ancora da realizzare), attrazione di investimenti esteri, e riduzione della burocrazia. Sono obiettivi condivisibili ma di medio termine.
Sul piano europeo, Giorgetti ha aperto a una discussione sulla sospensione del Patto di Stabilità UE per finanziare investimenti in difesa ed energia, ma la proposta trova resistenza dentro la stessa maggioranza — Lega spinge, FdI e FI frenano.
Il rischio è quello che si verifica spesso in Italia: una discussione lunga, una decisione tardiva, e nel frattempo i dati continuano a scorrere nella direzione sbagliata. Il 2026 è un anno cruciale, come lo sono stati molti anni prima di questo. La differenza rispetto al passato è che i margini per gli errori si stanno restringendo — e che le famiglie italiane stanno perdendo fiducia nella capacità del sistema di migliorare le cose.
Quella fiducia, una volta persa, è la cosa più difficile da recuperare.