
Settecento cinquantaquattromila. Il numero di persone in lista d'attesa sugli ospedali italiani a fine 2025 non è un'astrazione statistica. È una fila. Una fila lunghissima, distribuita su tutto il territorio nazionale, composta di pazienti che aspettano una visita specialistica, un esame diagnostico, un intervento chirurgico che il sistema pubblico ha preso in carico ma non riesce a erogare nei tempi previsti dalla normativa.
Il dato non include i 42.000 classificati come «sospesi» — pazienti che avevano una prenotazione e l'hanno cancellata, o a cui la prenotazione è stata cancellata, per ragioni diverse. A dicembre 2025, il 64% delle persone in lista d'attesa aspettava già da più delle settimane previste dai target standard per quella tipologia di prestazione. Per le visite ambulatoriali, la percentuale superava il 68%.
Sono numeri che descrivono una situazione di difficoltà strutturale, non di emergenza contingente. Il Servizio Sanitario Nazionale italiano rimane uno dei migliori sistemi sanitari pubblici al mondo per struttura, copertura universale e qualità media delle prestazioni. Ma la distanza tra la domanda di servizi e la capacità di erogarli in tempi accettabili è una delle principali fonti di insoddisfazione dei cittadini verso il sistema.
Come si arriva a 754.000 persone in attesa
Le cause delle liste d'attesa nel SSN sono multiple e si intrecciano in modo che rende difficile identificare una soluzione unica.
La domanda crescente. L'invecchiamento della popolazione italiana — con un'età mediana che continua ad aumentare — produce una domanda di servizi sanitari strutturalmente crescente. Gli anziani si ammalano più frequentemente, hanno condizioni croniche che richiedono monitoraggio continuo, utilizzano le strutture sanitarie con una frequenza molto superiore alla media. Con una popolazione che invecchia e che non viene compensata demograficamente da nuove nascite, la pressione sul sistema è destinata ad aumentare.
La carenza di personale. Medici specialisti, infermieri, tecnici di laboratorio: in quasi tutte le categorie professionali sanitarie, il SSN fatica a coprire i posti disponibili. Le ragioni sono strutturali — i concorsi universitari a medicina hanno per anni prodotto meno laureati di quanti il sistema richiedesse, e i piani di recupero degli ultimi anni non hanno ancora prodotto effetti pieni. Ma c'è anche una componente di exit: medici e infermieri formati in Italia che emigrano verso sistemi sanitari stranieri dove i salari sono significativamente più alti, o che scelgono il privato dove le condizioni lavorative sono spesso più gestibili.
Il sottofinanziamento cronico. L'Italia spende per la sanità pubblica circa il 6,3% del PIL — sotto la media dei principali paesi europei. La Germania spende oltre il 7%, la Francia il 9%. Questa differenza si traduce in meno posti letto, meno strumentazione diagnostica, meno personale. Non è una causa nuova, ma è una causa persistente che i governi successivi hanno affrontato solo parzialmente.
Cos'è l'intramoenia e come funziona davvero
In questo contesto, la libera professione intramoenia è diventata per molte famiglie italiane la valvola di sfogo. Vale la pena capire esattamente cosa è, cosa non è, e quando ha senso utilizzarla.
La definizione. L'intramoenia — termine che deriva dal latino «intra moenia», «dentro le mura» — è la possibilità per un medico dipendente del SSN di esercitare la propria attività professionale anche al di fuori del normale orario di servizio, all'interno delle strutture ospedaliere, con un compenso a carico del paziente invece che del sistema pubblico.
In pratica: il chirurgo che opera gratuitamente il lunedì mattina perché il paziente ha una prenotazione SSN, può operare (a pagamento) il giovedì pomeriggio nello stesso ospedale, in sala operatoria, esercitando la sua libera professione. È lo stesso medico, la stessa struttura, la stessa qualità tecnica — i tempi sono molto più brevi.
Le tariffe. Le tariffe intramoenia sono stabilite dalle singole aziende ospedaliere, con parametri regionali di riferimento. Variano significativamente da regione a regione e da specialità a specialità. Una visita cardiologica in intramoenia può costare tra 80 e 150 euro. Una visita dermatologica tra 60 e 120 euro. Una visita ortopedica tra 80 e 130 euro. Un'ecografia addominale tra 100 e 180 euro.
Queste tariffe non sono libere: il medico non può fissarle arbitrariamente. Sono regolamentate dall'azienda ospedaliera, che ha l'obbligo di pubblicarle e di verificarne l'applicazione.
Il diritto alla ricevuta. Un punto che molti pazienti non conoscono: il medico che esercita in intramoenia ha l'obbligo di rilasciare ricevuta per il compenso ricevuto. Non è un favore — è un obbligo di legge. Richiedere sempre la ricevuta non è solo una buona pratica fiscale: è la garanzia che la transazione sia regolare e che il compenso sia stato dichiarato all'azienda ospedaliera, che riceve una quota della tariffa intramoenia come contributo alle spese generali della struttura.
Quando ha senso usare l'intramoenia
La decisione di ricorrere all'intramoenia dipende da una valutazione che ogni paziente deve fare sulla propria situazione specifica. Non esiste una risposta universale, ma ci sono criteri ragionevoli che aiutano a orientarsi.
Ha senso quando il tempo di attesa in regime SSN supera quello clinicamente accettabile per la condizione. Per una visita di prevenzione non urgente — un controllo dermatologico di routine su un neo che non ha cambiato aspetto da anni — attendere tre mesi in regime SSN gratuito è ragionevole. Per una valutazione cardiologica su un sintomo nuovo e preoccupante, attendere sei mesi è potenzialmente un rischio clinico. La soglia di urgenza è una valutazione medica, non burocratica: se il medico di base ha indicato priorità U (urgente) o B (breve), il paziente ha diritto a tempi ridotti nel sistema pubblico.
Non ha senso quando la differenza di tempo non è clinicamente rilevante. Un controllo di routine che il SSN eroga in 45 giorni non diventa urgente perché c'è la possibilità di ottenerlo in una settimana pagando. Usare l'intramoenia per saltare code che non rappresentano un rischio clinico è una scelta legittima, ma va consapevolmente valutata in termini di costo-beneficio personale.
Non ha senso pensare che sia «migliore». Questo è il malinteso più comune sull'intramoenia: che il medico presti più attenzione, usi strumenti migliori, si prenda più tempo perché il paziente paga. È falso, e non per bontà d'animo dei medici ma per ragioni strutturali: è lo stesso medico, le stesse strutture, le stesse linee guida diagnostiche. Ciò che cambia è il tempo di accesso, non la qualità della prestazione.
Le alternative che molti non conoscono
Prima di ricorrere all'intramoenia o al privato, ci sono alcune opzioni che molti pazienti non sfruttano adeguatamente.
La ricetta con priorità. Il medico di base può indicare sulla ricetta del SSN il grado di priorità della prestazione: U (urgente, entro 72 ore), B (breve, entro 10 giorni), D (differito, entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami). Se la priorità è U o B, l'ASL è obbligata a garantire la prestazione entro quei tempi. Se non ci riesce, deve offrire un'alternativa — anche extraregionale o intramoenia — a carico del SSN.
Il cambio di struttura. I tempi di attesa variano enormemente tra strutture diverse nella stessa regione. Un paziente che aspetta tre mesi in un ospedale cittadino potrebbe ottenere la stessa visita in due settimane in un ospedale a 30 chilometri di distanza. Il CUP regionale — il sistema di prenotazione centralizzato — permette di scegliere tra strutture diverse, e vale la pena esplorare questa possibilità prima di optare per il privato.