C'è una contraddizione al cuore del Servizio Sanitario Nazionale italiano che il rapporto presentato dall'OCSE al CNEL il 7 maggio 2026 rende visibile con una chiarezza difficile da ignorare: il SSN produce risultati di salute tra i migliori in Europa, ma li produce in condizioni sempre più difficili e sempre meno sostenibili.
L'aspettativa di vita in Italia resta tra le più alte del continente. La mortalità evitabile è tra le più basse. La copertura universale esiste ancora e funziona. Sono risultati reali, che non vanno sminuiti nel confronto con Paesi che spendono di più ottenendo meno.
Il problema è quello che sta sotto: la struttura che regge questi risultati è sempre più sotto pressione, e i dati che l'OCSE ha portato al CNEL mostrano criticità che non sono emergenziali nel senso di recenti — sono strutturali nel senso di croniche, presenti da anni, in parte peggiorate.
Liste d'attesa — e la riforma ancora incompleta
Il ministro Schillaci ha ripetuto più volte che le liste d'attesa sono "il problema maggiore della sanità pubblica nazionale". I dati gli danno ragione. Secondo il rapporto ISTAT 2025, nel 2024 circa una persona su dieci (9,9% della popolazione) ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici negli ultimi dodici mesi: il 6,8% per le lunghe attese, il 5,3% per i costi.
Un'indagine Altroconsumo mostra che il 67% dei pazienti fatica ad ottenere una visita specialistica nei tempi previsti dalla legge. I tempi di legge prevedono che una visita "differibile" venga erogata entro 30 giorni per le visite specialistiche e 60 per gli esami diagnostici. Nella realtà, una risonanza magnetica in Campania o Calabria può richiedere oltre 14 mesi. In Lombardia raramente supera i 3.
Questa disuguaglianza geografica è uno dei dati più rivelatori: il SSN è formalmente universale, ma l'accesso effettivo alle cure dipende enormemente da dove si vive.
A luglio 2024, il governo aveva convertito in legge il decreto-legge 73/2024 con misure specifiche contro le liste d'attesa: una Piattaforma nazionale per uniformare i dati regionali, il Responsabile Unico Regionale per l'Assistenza Sanitaria, obblighi di monitoraggio trimestrale.
La Fondazione GIMBE ha certificato però, nel suo monitoraggio al 1° febbraio 2026, che la legge non è stata pienamente attuata: dei sei decreti attuativi previsti, solo quattro risultano pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Mancano ancora due — quelli fondamentali: la metodologia per stimare il fabbisogno di personale del SSN, e le linee guida nazionali per il sistema di disdetta delle prenotazioni e ottimizzazione delle agende CUP. Entrambi senza scadenza definita.
Una riforma contro le liste d'attesa che non ha ancora le norme per capire quante persone servono per smaltirle è, oggettivamente, una riforma incompleta.
La carenza di infermieri e specialisti
Il secondo nodo fotografato dall'OCSE è la carenza di personale. L'Italia ha 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti contro una media europea di 8,4 — un divario del 20% che si traduce concretamente in reparti con meno personale per paziente, turni più lunghi, e maggiore pressione su chi lavora.
Il paradosso che l'OCSE evidenzia è che l'Italia ha più medici della media europea — il 25% in più per abitante. Ma questo non impedisce le carenze nelle specializzazioni più critiche. Servirebbero circa 11.000 specialisti in medicina d'emergenza-urgenza, ha calcolato l'associazione Aaroi-Emac: quelli effettivamente disponibili sono circa 5.000. Un deficit del 55% in una disciplina che è il primo filtro di accesso alle cure per milioni di italiani ogni giorno.
Il problema non è solo numerico. Molti medici e operatori sanitari lasciano il pubblico per il privato — più remunerativo, con orari meno pesanti — o emigrano all'estero. Il fenomeno dei "gettonisti" — medici assunti a contratto temporaneo per coprire i turni — è stato limitato dalla legge, ma non eliminato, e comporta costi superiori al personale strutturato.
Il sottofinanziamento: 1,6 punti sotto la media europea
Alla radice di molti dei problemi elencati c'è una questione di risorse. Il rapporto OCSE è netto: la spesa sanitaria pubblica italiana è pari all'8,4% del PIL, contro una media europea del 10%. Un divario di 1,6 punti percentuali che, applicato alle dimensioni dell'economia italiana, significa decine di miliardi di euro all'anno che non entrano nel sistema sanitario.
Il risultato è che la spesa privata a carico dei cittadini rappresenta il 24% della spesa sanitaria totale — una delle percentuali più alte in Europa. Le famiglie che non riescono ad aspettare i tempi del pubblico pagano di tasca propria. Chi non può permetterselo rinuncia alle cure. Quella rinuncia ha un costo sanitario differito che si paga negli anni successivi con patologie non diagnosticate in tempo, ricoveri urgenti evitabili, qualità di vita ridotta.
Sono stati stanziati 15,6 miliardi del PNRR per la sanità. A fine 2024, il 41% degli obiettivi risultava completato. Le Case della Comunità (1.038 previste) e gli Ospedali di Comunità (307 previsti) potrebbero alleggerire il carico degli ospedali tradizionali. I monitoraggi segnalano però ritardi nei lavori e difficoltà nel trovare il personale da destinare alle nuove strutture.
Le disuguaglianze che i dati medi nascondono
Il rapporto "Sussidiarietà e Salute" della Fondazione per la Sussidiarietà, pubblicato nel febbraio 2026, aggiunge la dimensione che le medie nazionali tendono a nascondere.
La mortalità evitabile è quasi doppia tra chi ha un basso livello di istruzione rispetto ai laureati. Tra le fasce più svantaggiate, la percentuale di chi rinuncia alle cure supera il 20% — più del doppio della media nazionale. Gli anziani non autosufficienti sono circa 4 milioni, di cui solo il 30,6% coperto dall'assistenza domiciliare integrata. Oltre 5,5 milioni di over 65 vivono soli, con il 14% a rischio isolamento sociale.
Questi numeri dicono che il SSN eroga cure universali a tutti, ma non eroga la stessa qualità di cure a tutti. La disuguaglianza nell'accesso alla salute non è un'anomalia del sistema: è una conseguenza strutturale delle sue debolezze.
Cosa chiedono i professionisti, cosa risponde il governo
Le organizzazioni dei professionisti sanitari chiedono da anni le stesse cose: più assunzioni, salari allineati alla media europea, condizioni di lavoro più sostenibili, formazione specialistica accelerata nei settori carenti.
Il ministro Schillaci ha risposto con il decreto sulle liste d'attesa, con l'abolizione del tetto di spesa per le assunzioni e con il blocco dei gettonisti: misure reali, ma ancora insufficienti rispetto alla dimensione del problema.
Il punto che il rapporto OCSE del 7 maggio mette in evidenza con diplomatica chiarezza è che le misure adottate finora, pur corrette nella direzione, non hanno ancora prodotto risultati omogenei su tutto il territorio nazionale. Alcune Regioni mostrano miglioramenti misurabili. Altre registrano ritardi strutturali. Il sistema resta fortemente disomogeneo.
L'Italia ha costruito un sistema sanitario di cui può essere fiera. La domanda che il 2026 pone è se riuscirà a sostenerlo nei prossimi anni senza gli investimenti necessari, senza il personale necessario, e con liste d'attesa che spingono milioni di persone verso un privato che molti non possono permettersi.