La stagione di Serie A 2025-26 si avvicina alla conclusione con un bilancio che rispecchia, in modo abbastanza fedele, la condizione del calcio italiano nel 2026: una competizione interna vivace, spesso emozionante, capace di produrre partite di alta qualità e rivalità intense — e allo stesso tempo ancora distante, per struttura economica e appeal internazionale, dai livelli della Premier League e, in misura minore, della Liga.

Questa distanza non è cresciuta rispetto agli anni scorsi — ci sono segnali che in alcuni ambiti si sta effettivamente riducendo — ma rimane il dato strutturale che informa qualsiasi lettura onesta della stagione che si chiude.

La lotta scudetto un finale che ha tenuto tutti con il fiato sospeso

Quello che si può dire con certezza sulla stagione 2025-26 è che ha prodotto uno dei finali di campionato più equilibrati e incerti degli ultimi anni. La matematica dello scudetto non è stata definita con due o tre giornate d'anticipo — come succede troppo spesso quando una squadra costruisce un vantaggio insormontabile entro marzo — ma si è protratta fino alle ultime giornate con una competitività che ha tenuto vivo l'interesse oltre i confini del tifo delle singole squadre.

Questo è un indicatore di salute per il campionato. La Serie A funziona meglio — in termini di interesse del pubblico, di appeal commerciale, di qualità media delle partite — quando la lotta per il titolo è reale fino in fondo. La concentrazione del potere economico in poche grandi squadre che si alternano nella vittoria del campionato in modo quasi prevedibile è uno dei problemi strutturali del calcio italiano degli ultimi quindici anni.

La stagione 2025-26 ha mostrato che quel problema non è insormontabile — che quando si costruisce bene, quando la gestione tecnica è di qualità e quando qualche star internazionale sceglie la Serie A, il campionato può produrre equilibrio e spettacolo.

La situazione retrocessione chi è sceso e chi ha salvato la categoria in extremis

Come in ogni stagione, la lotta salvezza ha prodotto le sue storie — di squadre che hanno giocato sull'orlo per mesi, di allenatori cambiati nel tentativo di invertire le tendenze, di partite decisive nelle ultime giornate.

Le retrocessioni in Serie B della stagione 2025-26 fotografano le dinamiche del campionato italiano: le squadre di medio livello che non riescono a fare il salto verso la stabilità strutturale, che vivono di stagioni alterne tra tranquillità e lotta per non retrocedere, che si trovano in un sistema in cui la differenza economica tra le grandi e le medio-piccole è così ampia da rendere la competizione su un piano paritetico strutturalmente impossibile.

Le promozioni dalla Serie B — le squadre che salgono e affrontano il primo anno in massima serie — hanno caratteristiche simili alle precedenti stagioni: entrano con aspettative di lotta per la salvezza, raramente le tradiscono nel peggiore dei sensi, e a volte producono la sorpresa positiva di un primo anno solido che apre prospettive di consolidamento.

La Champions League la conferma di un ritardo sistemico

Il dato più preoccupante della stagione italiana non riguarda il campionato interno ma l'Europa. Le squadre italiane in Champions League 2025-26 hanno confermato le difficoltà sistemiche che caratterizzano il calcio italiano da almeno un decennio nei confronti d'Europa.

Non è mancanza di qualità individuale — la Serie A ha giocatori di altissimo livello, in quasi tutti i ruoli. È una questione di sistema: di come le squadre si organizzano collettivamente, di come gestiscono le partite europee che richiedono ritmi e intensità diversi da quelli del campionato italiano, di come si confrontano con avversari che hanno mediamente ricavi più alti e possibilità di investimento più ampie.

Il divario tra i ricavi televisivi della Premier League e quelli della Serie A è strutturale: le squadre inglesi — anche quelle di media classifica — hanno disponibilità economiche che permettono di competere per giocatori che la Serie A non può permettersi. Questo si traduce in una qualità media della rosa più alta in Premier League, che diventa visibile nelle competizioni europee.

Colmare questo divario è possibile? In astratto, sì. In concreto, richiede riforme strutturali — del modello distributivo dei diritti televisivi, della governance dei club, della politica degli stadi — che il calcio italiano discute da decenni senza arrivare a conclusioni operative.

Il derby Roma-Lazio l'ultima grande partita di una stagione intensa

Il derby Roma-Lazio del 17 maggio 2026 — giocato alle 12 di domenica mattina, con la supervisione delle autorità di pubblica sicurezza che avevano imposto quell'orario per ragioni di ordine pubblico — è stata l'ultima grande partita di cartello della stagione. La scelta dell'orario ha generato polemiche sia da parte dei club che dei tifosi — giocare la stracittadina capitolina alle 12 è percepito come una mortificazione dell'evento — ma le autorità hanno valutato che i rischi legati alle frange violente del tifo fossero gestibili solo con quella collocazione temporale.

La partita stessa ha offerto lo spettacolo che un derby romano sa dare quando le squadre sono entrambe motivate: intensità, agonismo, momenti di qualità tecnica alternati a fasi di caos organizzato che è il marchio di fabbrica di queste sfide. Il risultato, qualunque esso sia stato, è diventato secondario rispetto alla partita come evento — come momento in cui la città si ferma e si divide per 90 minuti, poi si riunisce nell'inevitabile discussione infinita che segue.

Cosa aspettarsi dalla prossima stagione

Le questioni aperte in vista della stagione 2026-27 sono le stesse di ogni estate italiana: il mercato, la gestione degli allenatori delle grandi squadre, la possibile crescita di qualche squadra di seconda fascia che ha le risorse per fare il salto.

Il calcio italiano ha davanti a sé una scelta strategica che rimanda a strutture più profonde: continuare a competere per il titolo di quinto o sesto campionato europeo, gestendo la propria nicchia con intelligenza, oppure imboccare la strada delle riforme che potrebbero avvicinare — nel lungo periodo, con tutti i rischi che comportano — i livelli dei campionati dominanti.

La prima opzione è più sicura nel breve periodo. La seconda è più ambiziosa e più costosa. Il calcio italiano, storicamente, ha spesso scelto la prima — e il risultato è la condizione attuale, che non è un fallimento ma non è neppure il punto di arrivo che il paese con la storia calcistica dell'Italia dovrebbe considerare sufficiente.