Il premierato — la riforma costituzionale che prevede l'elezione diretta del presidente del Consiglio da parte dei cittadini — è il progetto di riforma più ambizioso che il governo Meloni abbia portato al suo insediamento. È anche quello che ha accumulato il maggior numero di rallentamenti, revisioni e rinvii dall'inizio della legislatura. Quello che doveva essere la riforma simbolo della terza legislatura di centrodestra si è trasformato in un cantiere aperto da cui ogni tanto escono notizie ma raramente escono progressi.

Per capire perché, bisogna guardare sia al problema tecnico sia al problema politico. Sono distinti, ma si alimentano a vicenda in modo che rende la riforma più difficile di quanto sembrasse all'inizio.

Il problema tecnico: la Costituzione non si cambia facilmente

La Costituzione italiana del 1948 prevede una procedura di revisione volutamente complessa, costruita per evitare che modifiche fondamentali possano essere approvate con semplici maggioranze politiche contingenti. L'articolo 138 stabilisce che le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate dal Parlamento con due successive deliberazioni — la seconda non prima di tre mesi dalla prima — e che nella seconda deliberazione devono ottenere la maggioranza assoluta (metà più uno dei componenti di ciascuna Camera).

Se quella maggioranza assoluta non raggiunge i due terzi dei voti favorevoli, la legge di revisione viene comunque approvata ma può essere sottoposta a referendum confermativo, se richiesto da almeno un quinto dei parlamentari, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. In quel caso, la riforma entra in vigore solo se il referendum la approva con la maggioranza dei voti validi — senza quorum di partecipazione.

Il governo Meloni non dispone dei due terzi dei seggi parlamentari. Neppure ci va vicino. Questo significa che qualsiasi riforma costituzionale di questa portata dovrà passare per il referendum, con tutti i rischi che comporta. Un referendum costituzionale sul premierato è un test di popolarità del governo che va ben oltre la singola proposta: storicamente, i referendum istituzionali in Italia si sono trasformati in voti di fiducia sul governo in carica, e chi è al governo tende a perderli. Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016: i precedenti non sono incoraggianti.

Il problema politico interno alla coalizione

Ma il problema tecnico, per quanto reale, è gestibile in via di principio. Il referendum si affronta, si campaegna, si vince o si perde. Il problema politico è più sottile e più difficile da risolvere, perché riguarda i dissensi interni alla stessa coalizione di governo.

Il nodo centrale del dibattito è il rapporto tra presidente del Consiglio eletto direttamente e Presidente della Repubblica. La riforma così come è stata proposta riduce significativamente il peso del Quirinale nel sistema politico: il premier eletto dal popolo avrebbe una legittimazione propria, non derivata dalla fiducia parlamentare nel modo tradizionale, e questo cambierebbe la geometria istituzionale in modo profondo.

Questa prospettiva non piace a tutti dentro il centrodestra. Forza Italia, in modo particolare, ha una tradizione di cultura liberale e presidenzialista che si esprime in una certa diffidenza verso le concentrazioni di potere esecutivo non bilanciate da contrappesi adeguati. Non è un caso che le posizioni di Forza Italia sulla riforma siano state nel corso dei mesi le più sfumate — mai di aperta opposizione, ma mai di entusiasmo pieno.

Anche Fratelli d'Italia, il partito della presidente del Consiglio, non è monolitico su questo punto. Ci sono correnti interne che preferirebbero un presidenzialismo puro — elezione diretta del presidente della Repubblica — a un premierato che mantiene il Quirinale ma ne riduce i poteri in modo che molti considerano ambiguo e fonte di potenziali conflitti istituzionali.

Il problema dell'opposizione: o dentro o fuori

Per una riforma costituzionale di questa portata, il modo più solido di procedere — politicamente e istituzionalmente — sarebbe quello di trovare un consenso abbastanza ampio da superare la soglia dei due terzi e da rendere il referendum superfluo o da affrontarlo con la sicurezza di una maggioranza larga. Questo richiederebbe un dialogo con almeno una parte dell'opposizione.

Quel dialogo non c'è stato. Non per colpa di una sola parte: la distanza tra la proposta del governo e le posizioni del centrosinistra è genuinamente ampia, e non è riducibile con piccoli aggiustamenti. Il centrosinistra — PD in testa — ha una lettura del sistema parlamentare che è fondamentalmente incompatibile con l'elezione diretta del premier come proposta dal governo, per ragioni che riguardano il bilanciamento dei poteri e il ruolo del Parlamento nella formazione delle maggioranze.

Non è impossibile costruire un punto di incontro. Alcuni costituzionalisti hanno proposto varianti — un presidenzialismo alla francese, o una riforma più limitata che rafforzi il premier senza toccare il Quirinale — che potrebbero trovare maggiore consenso trasversale. Ma questi modelli alternativi non sono stati seriamente esplorati dal governo come possibilità negoziale. Il premierato è stato trattato come una bandiera identitaria, non come un obiettivo istituzionale negoziabile.

Cosa succederà in autunno: le tre strade possibili

L'autunno 2026 sarà il momento in cui il governo dovrà fare una scelta che non potrà più rinviare. La legislatura è a metà del suo percorso naturale: se la riforma deve passare dal Parlamento due volte prima di andare eventualmente a referendum, i tempi iniziano a stringersi. Tre strade sono aperte.

La prima strada è accelerare verso il referendum con il testo attuale, accettando il rischio che comporta. Il governo calcolerebbe di avere un consenso popolare sufficiente per vincere la consultazione, anche in un contesto in cui storicamente i referendum confermati dal governo tendono ad essere interpretati come voti di fiducia. È la strada più coerente con la posizione dichiarata, ed è anche quella con il maggiore rischio politico.

La seconda strada è una riformulazione del testo per allargare il consenso interno alla coalizione, accettando di modificare gli aspetti più controversi — in particolare il rapporto tra premier e Quirinale — e sperando che la versione modificata possa attrarre qualche voto dall'opposizione moderata. È la strada della mediazione, che richiederebbe di presentare la modifica come un miglioramento e non come una ritirata.

La terza strada è il rinvio di fatto, mascherato da «approfondimento», «dialogo istituzionale», «tavolo tecnico». È la strada più comoda a breve termine e la più costosa a medio termine: segnala debolezza politica, delude la base elettorale che aveva preso sul serio la promessa della riforma, e lascia il cantiere aperto per essere usato come terreno di scontro nelle campagne elettorali future.

La storia delle riforme costituzionali italiane degli ultimi trent'anni — da Berlusconi a Renzi, passando per le commissioni bicamerali mai arrivate a conclusione — è in larga parte la storia della terza strada. Il governo Meloni ha dichiarato di voler fare diversamente. L'autunno dirà se quella dichiarazione è seria o se anche questa riforma seguirà il copione dei precedenti.