La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che definisce la tratta transatlantica degli schiavi come uno dei più gravi crimini contro l’umanità appare, in superficie, come un atto di memoria storica e riconoscimento morale. Tuttavia, nel contesto attuale delle relazioni internazionali, documenti di questo tipo raramente si limitano alla dimensione simbolica e tendono piuttosto a delineare nuove traiettorie di responsabilità, influenza e redistribuzione delle risorse.

Il voto ha infatti evidenziato una frattura netta: una larga maggioranza di paesi si è espressa a favore, gli Stati Uniti hanno votato contro, mentre l’Unione Europea ha scelto l’astensione, una posizione che, pur apparendo neutrale, rappresenta in realtà una forma sofisticata di distanziamento strategico rispetto alle implicazioni della risoluzione.
Un voto che riguarda il futuro, non il passato
Interpretare questa decisione come un semplice giudizio sul passato significherebbe fraintenderne la natura. La risoluzione introduce un passaggio cruciale: trasforma la memoria storica in una possibile base per rivendicazioni giuridiche ed economiche, suggerendo che le conseguenze della tratta degli schiavi non appartengano esclusivamente al passato, ma possano essere oggetto di negoziazione nel presente.
In questo quadro, la storia smette di essere un elemento chiuso e diventa una variabile attiva nelle relazioni internazionali, capace di influenzare equilibri economici e politici contemporanei.
Le riparazioni come strumento geopolitico
Il punto più sensibile della risoluzione riguarda il tema delle riparazioni. Alcuni paesi africani non si limitano a richiedere un riconoscimento simbolico, ma spingono per forme di compensazione concreta, inserendo la questione all’interno di una più ampia strategia di riequilibrio dei rapporti tra Nord e Sud globale.
In questa prospettiva, le riparazioni non rappresentano soltanto un gesto etico, ma un vero e proprio strumento politico attraverso il quale ridefinire accesso alle risorse, influenza e posizionamento internazionale. La memoria storica diventa così un capitale negoziale, utilizzato per rimettere in discussione assetti consolidati.
L’Europa tra responsabilità storica e sostenibilità economica
L’Unione Europea si trova davanti a una contraddizione che non è più teorica, ma operativa: riconoscere il passato senza trasformarlo in un costo presente. Negli ultimi anni Bruxelles ha costruito una narrativa fondata sulla responsabilità storica, ma sempre entro un perimetro simbolico — memoria, musei, dichiarazioni politiche — evitando qualsiasi traduzione diretta in obblighi finanziari.
Il problema è che la risoluzione ONU rompe proprio questo equilibrio, introducendo implicitamente il principio secondo cui la responsabilità storica può generare richieste economiche. E questo cambia completamente il quadro.
Secondo diverse stime accademiche e studi collegati al dibattito sulle riparazioni (in particolare nell’area CARICOM e nelle università britanniche), il valore potenziale delle compensazioni legate alla tratta degli schiavi e al colonialismo europeo può superare i trilioni di dollari se calcolato su più secoli di estrazione di valore. Anche ipotesi più “moderate”, limitate a programmi di sviluppo o fondi compensativi, si muovono nell’ordine di decine o centinaia di miliardi.
Per economie già sotto pressione — debito pubblico medio dell’Eurozona vicino al 90% del PIL, con paesi come Italia e Grecia oltre il 140% — l’introduzione anche parziale di questi obblighi rappresenterebbe uno shock sistemico. Non si tratta quindi di una questione morale, ma di sostenibilità finanziaria e stabilità politica interna.
Sostenere la risoluzione significherebbe, di fatto, accettare un principio che potrebbe essere utilizzato come base per richieste giuridiche future, difficili da limitare sia per entità sia per durata.
Il caso del Portogallo: esposizione diretta e rischio concreto
All’interno di questo scenario, il Portogallo è uno degli stati più esposti. Tra il XV e il XIX secolo, si stima che circa il 40% degli schiavi deportati attraverso l’Atlantico sia stato trasportato su navi portoghesi o brasiliane (all’epoca parte dell’impero portoghese), un dato che lo colloca al centro della struttura economica di quel sistema.
Questa centralità storica si traduce oggi in vulnerabilità politica: in caso di formalizzazione del principio delle riparazioni, il Portogallo sarebbe tra i primi paesi a cui potrebbero essere indirizzate richieste dirette, in particolare da Angola, Mozambico e Guinea-Bissau, con cui esistono relazioni storiche e documentate.
Il tema è emerso chiaramente quando Marcelo Rebelo de Sousa ha aperto alla possibilità di discutere riparazioni, generando una reazione immediata proprio perché quel tipo di dichiarazione può essere interpretato come riconoscimento politico utilizzabile in sede internazionale.
La linea dei governi, incluso quello guidato da António Costa, è rimasta invece netta: nessuna apertura a obblighi finanziari. Non per ragioni ideologiche, ma per un calcolo diretto.
Con un debito pubblico superiore al 100% del PIL e una crescita economica limitata, anche l’introduzione di impegni nell’ordine di pochi miliardi avrebbe un impatto significativo sui conti pubblici. Ma il vero rischio non è la cifra iniziale — è il precedente.
Una volta accettato il principio, diventa impossibile controllarne l’estensione: le richieste possono crescere, moltiplicarsi e essere sostenute politicamente da coalizioni di stati.
In questo senso, la posizione del Portogallo riflette una logica chiara: riconoscere il passato non è negoziabile, ma trasformarlo in debito sì — ed è esattamente ciò che si vuole evitare.L’astensione come strategia politica
L’astensione europea va quindi interpretata come una scelta attiva, volta a mantenere un equilibrio tra principi e interessi. Non si tratta di negare il passato, ma di evitare che esso venga automaticamente tradotto in obblighi giuridici e finanziari.
In questo senso, la differenza rispetto al voto contrario degli Stati Uniti evidenzia due approcci distinti: una posizione esplicita e una più sfumata, entrambe però orientate a contenere le implicazioni della risoluzione.
Il ruolo delle istituzioni globali
Anche la posizione di António Guterres riflette questa tensione. Il sostegno al principio della giustizia storica si accompagna a una notevole cautela nell’indicare strumenti concreti, segno della consapevolezza che la formalizzazione delle riparazioni potrebbe innescare dinamiche difficili da governare.
Le istituzioni internazionali si trovano così a mediare tra esigenze etiche e necessità di stabilità, cercando di evitare che il sistema venga sottoposto a pressioni che potrebbero alterarne gli equilibri fondamentali.
Una nuova linea di frattura globale
La questione non riguarda più soltanto la memoria storica, ma si inserisce in una dinamica molto più ampia di riallineamento geopolitico tra Nord e Sud globale, in cui il passato viene utilizzato come leva per ridefinire gli equilibri di potere.
Negli ultimi anni, diversi paesi africani e caraibici hanno trasformato il tema delle riparazioni in una piattaforma politica coordinata, sostenuta anche da organismi regionali come CARICOM, che ha già delineato programmi di compensazione strutturata e negoziati multilaterali. Questo segnala un passaggio chiaro: le richieste non sono più isolate, ma organizzate, e quindi molto più difficili da ignorare.
In parallelo, il peso demografico e politico del Sud globale continua a crescere. Oggi i paesi africani rappresentano oltre il 25% dei voti all’ONU, e questa massa critica consente di portare temi come le riparazioni al centro dell’agenda internazionale, trasformandoli da rivendicazioni storiche a strumenti concreti di pressione diplomatica.
In questo contesto, la storia diventa una risorsa negoziale. Non si tratta più di riconoscere un passato comune, ma di utilizzarlo per ottenere accesso a risorse, finanziamenti e nuove condizioni nei rapporti economici globali.
Conclusione: una questione che diventerà economica
La risoluzione non chiude il dibattito sulla tratta degli schiavi, ma segna un passaggio di fase: da questione morale a questione politica ed economica.
L’astensione europea, inclusa quella del Portogallo, non è una posizione neutrale, ma una scelta tattica per evitare di legittimare un principio che potrebbe tradursi in obblighi finanziari difficilmente controllabili. È, in sostanza, un tentativo di guadagnare tempo in un processo che appare già avviato.
Il punto critico è che questa strategia ha un limite. Con il rafforzarsi delle coalizioni del Sud globale e la crescente pressione nelle sedi multilaterali, le richieste di riparazione tenderanno a diventare sempre più strutturate, accompagnate da strumenti giuridici e da negoziati diretti.
A quel punto, la questione non sarà più se riconoscere il passato, ma quanto costerà farlo e chi sarà costretto a pagare.