
Il 25 maggio 2026, le borse europee hanno chiuso in forte rialzo — Milano a +1,4%, nuovo record del FTSE MIB — sulla scia di un'indiscrezione che ha circolato nelle sale operative sin dal mattino: sarebbe in corso un negoziato tra le potenze occidentali e Teheran su un potenziale accordo nucleare e commerciale, con prospettiva di alleggerimento delle sanzioni.
L'Iran siede su una delle riserve petrolifere più grandi del mondo. Il ritorno del greggio iraniano sui mercati internazionali — se le sanzioni venissero allentate — produrrebbe un abbassamento dei prezzi dell'energia che sarebbe una manna per un'Europa che paga la bolletta elettrica più cara dell'Unione.
Il meccanismo è semplice: più offerta di petrolio sul mercato globale significa prezzi più bassi. Prezzi più bassi dell'energia significa inflazione più bassa. Inflazione più bassa significa che la BCE può tagliare i tassi più velocemente. Tassi più bassi significa che le imprese prendono credito a costo inferiore, investono, crescono. Le borse prezzano questa catena di conseguenze in anticipo — ecco perché salgono oggi, su una notizia che è ancora un'indiscrezione e non un accordo firmato.
Attenzione però al percorso accidentato che separa un negoziato da un accordo ratificato. I precedenti — il JCPOA del 2015 e il suo collasso nel 2018 — ricordano quanto le trattative con Teheran siano complesse e quanto i risultati possano essere reversibili. Le borse prezzano le speranze. La realtà diplomatica si muove molto più lentamente.