
Ogni volta che l'affluenza scende, il commento dei partiti è lo stesso. Con lievi variazioni di tono, a seconda di chi ha vinto e chi ha perso, il copione è sempre identico: «Dobbiamo coinvolgere di più i cittadini.» Poi le elezioni passano, il commentatore di turno spiega che bisogna lavorare sull'educazione civica, che i giovani vanno avvicinati alla politica, che bisogna rendere il voto più semplice, più accessibile, più attraente. Qualcuno propone il voto elettronico. Qualcun altro le preferenze per i candidati alle europee. E tutto ricomincia da capo, invariato, alla tornata successiva.
Nel frattempo, la percentuale di italiani che non va a votare cresce con una regolarità che dovrebbe preoccupare molto di più di quanto non faccia. Non in modo drammatico, non con un crollo improvviso. Cresce come cresce l'acqua in una stanza che perde: lentamente, costantemente, fino a quando non ti accorgi che stai già nuotando.
I numeri di ieri, che sono i numeri di oggi
Ieri, domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026, in 93 Comuni lombardi ha votato il 52,69% degli aventi diritto. Meno della metà degli elettori, nella provincia di Milano, si è presentata alle urne: il dato definitivo della Città metropolitana si è fermato al 49,14%, in calo di undici punti percentuali rispetto alla tornata precedente, che aveva già registrato un calo rispetto a quella prima ancora.
Per mettere questi numeri in prospettiva: si tratta di elezioni comunali, non delle regionali o delle europee, che già di per sé attraggono meno partecipazione. Si tratta del voto per il sindaco — la figura istituzionale più vicina alla vita quotidiana dei cittadini, quella che decide dove mettere una scuola, come riqualificare un quartiere, se aprire o chiudere un ambulatorio, come gestire i trasporti pubblici locali. Non il voto su grandi questioni astratte come l'Unione Europea o la politica estera. Il voto su chi amministrerà la città in cui si vive, si va al lavoro, si mandano i figli a scuola.
Eppure, uno su due ha deciso che non valeva la pena uscire di casa.
L'interpretazione comfort che i partiti preferiscono
Davanti a questi dati, la risposta dei partiti — di tutti i partiti, in modo trasversale — è quasi sempre la stessa: il non-voto è apatia. È disinteresse. È la conseguenza di una generazione che scorre i social invece di informarsi sui candidati. È il frutto di una scuola che non insegna abbastanza educazione civica. È la malattia della modernità, dell'individualismo, del consumismo, della distrazione di massa.
Questa lettura è comoda per tutti. Per il centrodestra, che ha vinto le ultime elezioni nazionali con percentuali di consenso che in valore assoluto, conteggiate sul totale degli aventi diritto, rappresentano meno di un quarto degli italiani, ma che può dirsi legittimamente in carica perché ha ottenuto più voti degli altri. Per il centrosinistra, che può attribuire le proprie difficoltà non alla propria debolezza politica ma all'astensione di un elettorato che «non si è mobilitato». Per i partiti minori, che possono raccontare che «il nostro potenziale elettorato non è andato a votare» invece di chiedersi perché non lo abbia fatto.
L'interpretazione comfort è quasi sempre falsa. O almeno, è vera solo in piccola parte.
Cosa dicono davvero le ricerche sull'astensionismo
Le ricerche sociologiche sull'astensionismo — e ce ne sono molte, condotte da università, fondazioni politiche, istituti di ricerca indipendenti — convergono su un risultato che i partiti trovano scomodo: la maggioranza degli astenuti non è indifferente. Ha scelto deliberatamente di non votare, come forma di protesta o come segnale di sfiducia nell'offerta politica disponibile.
Lo studio più citato in questo campo, condotto dall'Università di Bologna su campioni rappresentativi della popolazione italiana, distingue tra diverse categorie di non-votanti. Gli «apatici strutturali» — quelli che davvero non seguono la politica e non hanno un'opinione formata — rappresentano una minoranza. La categoria numericamente più ampia è quella dei «disillusi attivi»: persone che seguono le notizie politiche, hanno opinioni precise sui problemi del paese, ma ritengono che nessuno dei partiti disponibili rappresenti quelle opinioni in modo credibile.
Questa è la differenza che conta. Un elettore che non vota perché non sa cosa sia il Parlamento è un problema di educazione civica. Un elettore che non vota perché ha guardato tutti i candidati disponibili e ha concluso che nessuno di loro merita la sua fiducia è un problema politico. E trattare il secondo come il primo — come fa sistematicamente la classe politica italiana — è un errore sia diagnostico che terapeutico.
Il problema non è la comunicazione, è la credibilità
La risposta standard dei partiti alla crisi di partecipazione è aumentare la comunicazione. Più presenza sui social, più eventi sul territorio, più candidati giovani e fotogenici, più messaggi ottimistici sul futuro. Come se il problema fosse che gli elettori non hanno sentito abbastanza parlare dei partiti.
Ma l'elettore italiano non ha difficoltà ad accedere all'informazione politica. Annega nell'informazione politica. Riceve ogni giorno decine di messaggi politici attraverso televisione, social media, giornali, podcast, app di notizie. Il problema non è la quantità di comunicazione. È il divario tra ciò che i partiti comunicano — promesse, visioni, programmi — e ciò che gli elettori osservano nella realtà: l'incapacità sistematica di tradurre quelle promesse in cambiamenti percepibili.
Un elettore che ha vissuto vent'anni di promesse di riforma del sistema fiscale senza vedere cambiamenti significativi nella propria busta paga non ha bisogno di più comunicazione sull'importanza della riforma fiscale. Ha bisogno di vedere la riforma, o di capire perché non è stata fatta. La seconda opzione richiede onestà — che è la merce più rara nella comunicazione politica italiana.
L'astensionismo come indicatore di salute democratica
C'è un modo in cui il calo dell'affluenza viene presentato come un problema democratico, e questo è corretto: una democrazia in cui partecipa una minoranza crescente della popolazione è una democrazia con un problema di legittimazione. Ma c'è un modo in cui questa narrativa viene usata per spostare la responsabilità dall'offerta politica alla domanda democratica — come se il problema fosse negli elettori che non votano, non nei partiti che non convincono.
La salute di una democrazia non si misura solo con l'affluenza. Si misura con la qualità dell'offerta politica, con la capacità delle istituzioni di risolvere i problemi concreti dei cittadini, con il grado di corrispondenza tra ciò che viene promesso e ciò che viene fatto. Un'affluenza al 90% in un sistema in cui tutti i partiti rappresentano una variante della stessa politica non è necessariamente più sana di un'affluenza al 55% in un sistema in cui chi vota lo fa con scelta consapevole e informata.
Cosa dovrebbero fare i partiti (e probabilmente non faranno)
La risposta all'astensionismo non è una campagna di comunicazione. È una risposta politica: presentare candidati credibili, con curriculum verificabili, in grado di dimostrare — non solo di promettere — una capacità di governo. È essere onesti sui fallimenti oltre che sulle intenzioni. È costruire coalizioni che abbiano una logica politica comprensibile, non solo una logica di addizione matematica di seggi.
È difficile. Richiede di rinunciare all'ottimismo permanente che caratterizza la comunicazione politica e di trattare gli elettori come adulti capaci di gestire informazioni scomode. Richiede di riconoscere che il non-voto è spesso un giudizio — e che un giudizio negativo si risponde con cambiamenti reali, non con migliori campagne social.
La percentuale di lombardi che non ha votato ieri è la risposta più onesta che l'elettorato abbia dato ai partiti. Il problema è che i partiti non stanno ascoltando, perché ascoltare richiederebbe di cambiare, e cambiare è sempre più difficile che comunicare meglio.